La cifra della relazione. Intervista a Manuela Mancioppi

Un’indagine intima e pubblica insieme che indugia su scorci e paesaggi cercandone l’essenza; un’esplorazione di geografie che dà vita ad una conversazione con la memoria o ad una scommessa con il destino. Intervista all’artista Manuela Mancioppi di Lara Carbonara

Inventa immobilizzando istantanee sul filo dell’inchiostro, fra tratti profondi e fenditure ordinate dalla spinta nervosa della sua mano. E il pensiero prende forma in disegni e appunti che appoggiano lo sguardo fuori dal finestrino; disturbo e contaminazione di creatività in corso. Un’indagine intima e pubblica insieme che indugia su scorci e paesaggi cercandone l’essenza; un’esplorazione di geografie che dà vita ad una conversazione con la memoria o ad una scommessa con il destino. Si è ri-vestita della pelle e degli occhi degli altri; ha segnato il passo della liminalità dei territori; ha spinto ad immaginare ciascuno un proprio cielo; ha suggerito ciascuno di tingere il proprio tè di un sapore personale.

E sembra che tutto quello di cui Manuela ha bisogno, lo porti via con sé. Una valigia “è tutto lì dentro, quello che mi appartiene”, racconta, e a volte sembra di ritrovarcisi dentro questa valigia. Come ritrovarsi nella patina distratta di una polaroid; come sognare sul suono strozzato di un giradischi; come sforzarsi di percorrere lo spazio tra le righe; come stupirsi nel voler essere miopi e guardare il mondo con un occhio solo.

I tuoi lavori sono molto spesso incentrati sul corpo e la pelle. Cos’è il corpo?

Il corpo è il filtro che permette di determinare il mondo che ci circonda. È il mio unico bagaglio, la valigia che contiene tutto: sentimenti, desideri, sogni, sofferenze e gioie. È il proprio abito nella relazione con l’altro.

La tua ricerca artistica è orientata verso l’arte relazionale. Ad ottobre hai partecipato a Private Flat, a Firenze, nuova ‘moda’ artistica. Come si vive l’invasione di un luogo privato…..?

È il privato che diviene pubblico. La sensazione di grande apertura e accoglienza da parte di chi ti permette l’invasione del proprio spazio privato, rende collettivo e universale qualcosa che di per sé sarebbe solo individuale.

Nicolas Baurriad, in Estetica Relazionale, riferendosi all’arte degli anni ’90 afferma: “Gli artisti condividono il medesimo orizzonte pratico e teorico:la sfera dei rapporti umani. Tutti operano in seno a ciò che si potrebbe chiamare la sfera relazionale, che sta all’arte di oggi come la produzione di massa stava alla pop art e all’arte minimal” ma si potrebbe fare un paragone così semplicistico?

Oggi, in questo momento storico, la pratica relazionale acquista ancora di più coscienza sociale e necessità di esserci. Oltre la pratica artistica, far si che questa pratica artistica sia la vita stessa…

Ciò che cambia naturalmente nell’arte relazionale è il ruolo dello spettatore, che tu chiami spettattore. L’osservatore partecipa attivamente alla costruzione dell’opera d’arte. Quale reazione del pubblico ti stimola di più?

Il cambiamento che avviene nell’atteggiamento delle persone, quella trasformazione che prende atto quando ci si lascia coinvolgere. Andare incontro a chi crea più distanza, a chi osserva “con un punto interrogativo sopra la testa” e sentirsi chiedere: “Perché?”, “Ma questa è arte?”, avere il modo di coinvolgere spiegando le proprie idee. È proprio lì che si crea il punto di contatto e di relazione: ciò che accade in quel momento è la trasformazione da spettatore a spettattore.

Ad ogni tua performance o installazione attribuisci un nome che si può leggere in modi diversi. È importante questo atteggiamento ludico per avvicinare il pubblico?

Per me è importante perché riflette la parte ironica (e anche autoironica) del mio carattere. L’ironia sicuramente aiuta a coinvolgere l’altro, un sorriso crea apertura e mi piace che questo sorriso venga accompagnato da un momento di riflessione. Il titolo del lavoro proposto raccoglie la filosofia e il concetto stesso di ciò che viene proposto, lo racconta e lo fa comprendere nella sua essenza.

Naturalmente cambia anche il ruolo fra artista e gallerie. Quanto è difficile entrare nel circolo del ‘mercato dell’arte’ per una performer come te?

Sinceramente è molto difficile, specie per me che ho sempre lavorato ai margini del “mercato dell’arte”, seguendo urgenze e necessità personali che non seguono le mode e le tendenze, ma sono semplice sviluppo di un percorso creativo intrapreso ormai da anni. Ciò che mi interessa è avere occasioni per inventare e comunicare situazioni sempre nuove che riguardino il territorio e la sfera umana nel vivere quotidiano.

Il concetto della inclusione dell’altro parte dagli anni ’90 diventa una sorta di rituale di esteriorizzazione dell’intimità, una costruzione della memoria identitaria collettiva, penso a Marina Abramovich, o Louise Bourgeois o ancora a Lygia Clark. Di cosa ti appropri, cosa raggiungi ricoprendo il tuo corpo con una ‘pelle’ altra, ri-scritta, ri-vista e re inventata dagli altri?

Intreccio relazioni, creo contatti, scambio sensazioni, archivio. Mi piace dar voce agli altri, raccogliere materiali, testimonianze e memorie. Fondamentale è la restituzione per rendere lo scambio e la fruibilità degli elementi raccolti. Raggiungo un contatto con l’altro, cerco di colmare il vuoto dell’individualità con un pieno collettivo. Mi sento trasformata, accolgo ogni nuovo incontro come grande ricchezza.

Dunque “Artista come etnografo”(Hal Foster ne ‘Il ritorno del reale’) come un creatore e modellatore di identità che sostituisce l’artista come produttore di oggetti?

Cosa ci rimane se non il corpo e tutte le emozioni che proviamo?

Un’anticipazione del tuo prossimo progetto?

Uno tra i vari progetti in cantiere è Se mi abiti (semi-abiti), una linea di abiti e accessori “getta e usa” in tessuto naturale biodegradabile dotati di semi. Abiti da vivere che continuano a vivere. La tela del tessuto trattiene, trasporta tra le sue fibre dei semi di piante e fiori. Gli abiti e accessori dotati di semi possono continuare e favorire il ciclo di vita a contatto con la terra e l’acqua, germoglieranno e con il passare del tempo saranno riassorbiti dalla natura creando nuova vita. L’abito-tenda diviene mezzo di trasporto del seme, come il vento, gli animali, concepito per una vita nomade, per un contatto diretto con la natura, per la realizzazione di un giardino-orto abitabile. I semi possono essere piantati singolarmente prelevandoli dal tessuto e dalle micro tasche o lasciare direttamente l’abito a contatto con la terra. Abito la natura.

Condividi!

Abbonati agli RSS feed. Tweettalo! StumbleUpon Reddit Digg This! Bookmark su Delicious Condividi su Facebook

Leave a reply

*

*

Your email address will not be published. Required fields are marked *